Incontro con Giuliano Matera

Meeting with Giuliano Matera

Ricordo i racconti di Giuliano Matera, assistente nello Studio di mio padre Pier Giacomo Castiglioni in Corso di Porta Nuova 52 a Milano, che tracciano uno spaccato di vita a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 oltre a rendere la testimonianza della nascita di alcuni oggetti divenuti poi iconici.

Un giorno vado a trovarlo a Monza e mi riporta indietro nel tempo, in quello Studio, nel lavoro che svolgeva per mio padre.

L’apparizione

Giuliano, mentre era intento nel suo lavoro al tecnigrafo sente suonare il campanello dello Studio e si reca distrattamente alla porta.
La sua mente, ancora concentrata al lavoro, viene sconvolta dall’apparizione di una bellissima modella Svizzera, mandata da Max Huber per posare per un servizio.
Un po’ stordito dall’apparizione, mi racconta che fa sedere la modella sulla poltrona Sanluca.
Una volta seduta comodamente la modella gli sorride dicendo “E’ comoda questa poltrona, proprio quello che ci voleva, sono arrivata a piedi dalla Stazione Centrale”, aggiungendo subito dopo: “Posso fare un paio di telefonate?”.
Giuliano si prodiga subito ad allungare il telefono alla giovane e splendida modella mentre lui resta rapito dal suo interloquire in varie lingue.

La Sanluca

Nei ricordi di Giuliano viene introdotta la Sanluca. Un nome curioso per una seduta.
Da dove deriva?
Dino Gavina aveva organizzato, con il solito contagioso entusiasmo, una festosa presentazione poco distante dal suo stabilimento di San Lazzaro di Savena.
La località prescelta: il Santuario della Madonna di San Luca, in collina, alle porte di Bologna.
Giuliano racconta così: ”Decine di poltrone, rivestite in tutte le varianti di tessuti e colori, erano disseminate lungo il percorso. Attorno alle poltrone si formavano capannelli di curiosi e addetti ai lavori; alcuni invitati con la scusa di essere fotografati sulla Sanluca ne approfittavano per alleviare la fatica della salita con brevi soste. Al termine della salita, sul sagrato del Santuario c’erano: Dino Gavina, “i miei Architetti”, il Sindaco, le Autorità e gli inevitabili discorsi di rito. Festosamente veniva così battezzata la poltrona Sanluca”.

Giuliano mi ricorda che la poltrona Sanluca è uno dei suoi pezzi preferiti e troneggia nel suo soggiorno di Monza, rivestita di un rosso vistoso.
Me ne parla come se descrivesse ancora la modella: “statuaria, accogliente e invitante”.
Mi dice che in quasi cinquant’anni ha subito minimi danni solo al rivestimento dovuti ai suoi gatti, ma è sempre solida ed elegante.
Nel suo soggiorno sono presenti diversi oggetti interessanti: un vecchio mobile della nonna, due divani di Caccia Dominioni, una lampada di Fontana Arte, sopra il tavolo da pranzo, sei classiche Thonet con lo schienale alto, due lampade a stelo: Luminator e Toio, “quasi due vigili sorelle nate in quegli anni” mi dice subito Giuliano.
Lei, la Sanluca, dolcemente posizionata sopra un antico tappeto si inserisce armoniosamente nel grande soggiorno e, con eleganza, regge il confronto con arredi così eterogenei.
Ad un certo punto aggiunge: “L’ho rivista negli anni, inserita nelle più svariate situazioni di interni, anche le più estreme, sia accostata a pezzi d’antiquariato, sia a proposte d’avanguardia e non perdeva mai la sfida; rimaneva sempre giovane e bella.”.

La nascita della Sanluca

Giuliano si siede, si concentra chiudendo gli occhi e pensa, cercando di ricordare i momenti del progetto: la genesi della Sanluca.

In Studio avevano il prototipo della poltrona. Lui ricordava bene il suo colore originario, un paglierino intenso, che però, a causa dei continui collaudi, cominciava a mostrare evidenti aloni scuri, specialmente nella zona dove si appoggiava la testa.

Ricorda che tutti quelli che frequentavano lo studio erano inevitabilmente sottoposti al “pedaggio” della prova-poltrona. Max, con il suo entusiasmo incontenibile, si lanciava sopra emettendo gutturali suoni germanici. Heinz, invece, ci stava a fatica: era talmente alto che sembrava che la testa gli uscisse dalla struttura. Il nonno e la nonna, ogni volta che la vedevano, ne cercavano subito il conforto, sedendosi orgogliosi come fosse un piccolo trono. Era una vera e propria processione.
La sua progettazione era iniziata quasi un anno prima.
Durante una delle sue festose improvvisate, Gavina, che aveva realizzato le poltroncine “Babela” per la Sala Congressi della Camera di Commercio, propose ai Castiglioni di progettare una poltrona. Voleva inserire prepotentemente i Castiglioni nella sua autorevole produzione, già ricca di prestigiose firme: Marcel Breuer, Marco Zanuso, Richard Sapper, Vico Magistretti, Tobia Scarpa, Ignazio Gardella, Kazuhide Takahama, Mario Bellini, e altri. La proposta era allettante e inoltre la collaborazione con Dino Gavina, personaggio singolare e talentuoso che adorava gli architetti, si prospettava incentivante, libera da condizionamenti, destinata ad alimentare il sodalizio con il committente, sodalizio che durava da tempo, confortato da reciproca e sincera stima.

Giuliano mi raccontò che si misero al lavoro partendo dalle ricerche storiche su quanto era già esistente: consultavano testi, riviste, vecchie fotografie. L’editore Salto recuperava remote documentazioni straniere e inoltre sopralluoghi da antiquari e collezionisti. Una vecchia Frau dei nonni, trasferita nello studio, ogni giorno veniva scrupolosamente analizzata.

Alcune mattine Giuliano trovava il suo tavolo occupato da lucidi stesi con piante e sezioni, fogli con annotazioni, particolari e prospettive sparsi ovunque, campionari di pelle, strisce di poliuretano, bulloni e cilindri torniti di palissandro. Su di un piano, appoggiato a due cavalletti, insolitamente vuoto, un appunto per lui: “Giuliano, recuperi dallo scultore dei blocchi di plastilina, almeno cinque o sei, grandi come i volumi della Treccani, li appoggi qui, ci servono per il pomeriggio”.
Mi diceva che gli Architetti appena arrivati, indossavano i camici bianchi e iniziavano a modellare con entusiasmo.
Giuliano mi disse: “Io cominciavo a familiarizzare con le prime forme della poltrona ancora in embrione, e per quel poco che avevo visto cercavo d’intuire il lavoro finito. Il mio sguardo a punto di domanda, chiedeva aiuto ed ecco il “professor” Pier Giacomo venirmi in soccorso trascinato dalla sua vocazione pedagogica. Una mano protettiva sulla spalla e iniziava così: “Ci abbiamo lavorato parecchio, adesso abbiamo le idee chiare, sappiamo quello che vogliamo…o quasi.
Caro Giuliano, prima di iniziare un lavoro bisogna documentarsi sul passato, su quanto è già stato realizzato, altrimenti si rischia di scoprire l’acqua calda. Si ricorda la sedia Lierna? Agli inizi ci eravamo innamorati di una certa idea, eravamo quasi pronti per produrla e poi abbiamo scoperto che quella sedia, perfettamente identica l’avevano già costruita i Giapponesi qualche secolo prima. Abbiamo buttato via tutto e ricominciato da capo.” Ero grato verso Pier Giacomo per aver condiviso con me questi aneddoti.”
Giuliano aggiunse poi: “Pier Giacomo si rivolge al fratello Achille: “A proposito Cici, vedi di recuperare quella ricerca sul Futurismo, ti ricordi? Quella con le sculture di Boccioni. Voglio rivederle e poi insieme verifichiamo una certa idea.” Gli risponde l’Achille: “Sì la ricordo bene, è nella casa di Lierna sopra la mensola del camino, dirò ai nonni di prenderla al prossimo week-end.” Pier Giacomo era proprio così.“
Poi mi racconta che gli Architetti ripresero a plasmare la plastilina. Presero quindi forma: schienale, poggiatesta e braccioli, sagomati in scala ridotta.
“Sai Giorgina” aggiunse Giuliano “i manufatti di plastilina, insieme a disegni e indicazioni, dovevano servire al falegname Setti e al gessista Monzani per realizzare due campioni della poltrona in grandezza naturale: una in legno e l’altra in gesso. “

Il nonno e il rapporto con i suoi figli

“Ma il nonno Giannino si è accorto dell’ammanco della plastilina?” Chiedo io.
Giuliano mi risponde: “Ricordo bene l’episodio, direi significativo per dar luce alle personalità degli Architetti e dello Scultore.” Giuliano raccoglie un attimo i pensieri come a riavvolgere il nastro dei ricordi e mi dice pacato: “Dunque, in quei giorni capita in studio papà Giannino, scherzando si lamenta del furto di plastilina e comincia a curiosare intorno alla poltrona. L’architetto Pier Giacomo è compiaciuto ma assorto, gira nervosamente la sigaretta tra le dita, con la mano sinistra comprime meccanicamente le guance, gli esami non finiscono mai e questo è il più temuto, il più considerato. Forse riaffiorano ricordi giovanili quando anche lui scolpiva. Giannino Castiglioni si sofferma su schienale, poggiatesta e braccioli, li osserva minuziosamente di fianco, dal basso, dall’alto, da tutte le angolazioni. Con mano leggera, amorevole… da scultore, accarezza le curve, si siede, si allunga, si stira, accavalla le gambe e finalmente alza lo sguardo compiaciuto verso i figli e bonariamente commenta: “Bravi, la me pias, sem abituàa a vedè i pultrun in di apartament, che sembren fermi, pesant, inciudàa al paviment. Chesta chi, l’è diversa, ligera, el par che la voia moves, che la g’abia voia de vulàa.”
Gli architetti soddisfatti annuiscono e concludono: “Ormai ci siamo! Gli ultimi ritocchi quando metteremo a punto l’imbottitura con il poliuretano e avremo risolto al meglio la funzione “ergonomica”. Ci avviciniamo alla fase finale del progetto. È sera, siamo in Studio, mentre si lavora ascoltiamo il Festival di Sanremo. Sospendiamo le attività e trepidanti alziamo il volume della radio: ci sono le votazioni… Ha vinto Domenico Modugno! Lo speravamo tutti. Anche gli architetti esultano. Tutti insieme, sbrachiamo e urliamo stonati: “Volareee… oh, oh… Cantareee… oh, oh, oh, oh. Nel blu, dipinto di blu…” . Questo è il mio ricordo”.

“Grazie Giuliano, è come essere stata ancora nello Studio paterno, rivedere e risentire mio papà dal tuo racconto, dai tuoi ricordi. Un momento di luce e nostalgia”, aggiungo alla fine commossa e grata.

Giorgina Castiglioni

I remember the stories of Giuliano Matera, an assistant in my father Pier Giacomo Castiglioni’s studio at 52 Corso di Porta Nuova in Milan: his recollections painted a vivid picture of life in the years around 1960, while also bearing witness to the creation of objects that would later become iconic. One day, I visited him in Monza and he took me back in time to that studio, to the work he used to do for my father.

The apparition

While engrossed in his work at the drafting table, Giuliano heard the studio doorbell ring and absent-mindedly went to answer it.
His mind, still focused on his task, was suddenly stunned by the apparition of a gorgeous Swiss model, sent by Max Huber to pose for a photoshoot.
Slightly dazed by her presence, he told me that he asked the model to sit in the Sanluca armchair. She smiled at him and said, “This chair is comfortable, just what I needed: I walked here from Central Station.” Immediately after she asked, “Can I make a couple of phone calls?”
Giuliano promptly handed her the telephone, and was captivated by the way she effortlessly switched between languages.

The Sanluca

Here, the Sanluca made its entrance in Giuliano’s recollections. An unusual name for an armchair.
Where did it come from?
Dino Gavina, with his characteristic contagious enthusiasm, had organized a lively launch near his factory in San Lazzaro di Savena.
The chosen location: the Sanctuary of the Madonna di San Luca, perched on a hill just outside Bologna.
Giuliano recounted the event: “Dozens of chairs, upholstered in a great variety of fabrics and colours, were arranged along the steps up to the hilltop. Clusters of curious onlookers and design professionals gathered around the armchairs. Under the pretext of being photographed sitting in the Sanluca, some guests took the opportunity to take short breaks and catch their breath during the climb up the wide steps. At the top, in the open space in front of the Sanctuary, were Dino Gavina, “my Architects”, the Mayor, local authorities and the inevitable ceremonial speeches. Thus the Sanluca armchair received a festive christening.”
Giuliano told me that the Sanluca was one of his favourite pieces and that, upholstered in flaming red, it took pride of place in his living room in Monza. He spoke of it as if still describing the model: “Statuesque, welcoming and inviting.” He mentioned that, in almost fifty years, it had sustained only minor damage to the upholstery—thanks to his cats—and remained as solid and elegant as ever.
There were many interesting objects in his living room: an old piece of furniture that had belonged to his grandmother, two sofas by Caccia Dominioni, a Fontana Arte lamp above the dining table, six classic high-backed Thonet chairs, and two stem lamps: the Luminator and the Toio. “Almost like two vigilant sisters born in those years,” Giuliano pointed out straight away. The Sanluca, gently resting on an antique rug, blended harmoniously into the spacious living room, holding its own with elegance among such eclectic furnishings.
He added: “Over the years, I’ve seen it placed in the most varied interior settings, even the most extreme ones—paired with antique pieces or avant-garde designs—and it always rose to the occasion; it always looked young and beautiful.”

The birth of the SanLuca

Giuliano sat down, closed his eyes and concentrated, trying to recall the key moments of the project: the genesis of the Sanluca.
They had the prototype of the armchair in their studio. He remembered its original colour well, a deep straw yellow, which, due to continuous testing, began to show dark round stains, especially where the head rested.
He remembered how everyone who visited the studio was obliged to try out the armchair. Max, with his irrepressible enthusiasm, would throw himself on it, letting out guttural Germanic exclamations.
Heinz, on the other hand, barely fit in: he was so tall that his head seemed to extend above the structure. Every time my grandfather or my grandmother saw it, they immediately sought its comfort, sitting proudly on it as if it were a small throne. It was a veritable procession. The design process had begun almost a year earlier.
During one of his lively impromptu visits, Gavina, who had created the Babela chairs for the conference hall of the Chamber of Commerce, had proposed that the Castiglionis design an armchair. He wanted at all costs to add the Castiglionis to his prestigious lineup of designers, which already featured such renowned names as Marcel Breuer, Marco Zanuso, Richard Sapper, Vico Magistretti, Tobia Scarpa, Ignazio Gardella, Kazuhide Takahama, Mario Bellini and others. The proposal was enticing and collaboration with Dino Gavina—a singular and talented character who adored architects—was sure to be stimulating, free from the imposition of limitations, and destined to further strengthen the long-standing partnership with the client, which was rooted in mutual and sincere respect.
Giuliano told me they began with a thorough research of existing designs, looking through books, magazines and old photographs. The publisher Salto provided rare foreign sources and they visited antique dealers and collectors.
An old Frau armchair belonging to his grandparents was moved to the studio, where it was meticulously analyzed every day.
Some mornings, Giuliano would find his desk buried under tracing paper with plans and sections, sheets of paper with notes, details, and perspectives scattered everywhere, upholstery samples, strips of polyurethane, bolts and turned rosewood cylinders. One day, on an unusually empty workbench, resting on two trestles, he found this note for him: “Giuliano, get some blocks of plasticine from the sculptor, at least five or six, as big as the volumes of the Treccani encyclopaedia, and leave them here: we’ll need them this afternoon.”
He recalled how the architects, upon arriving, would don their white lab coats and start modelling with enthusiasm. Giuliano told me: “I was beginning to familiarize myself with the early forms of the armchair, still in its embryonic stage, and from what little I saw, I tried to envision the finished work. My questioning gaze sought assistance and “Professor” Pier Giacomo, true to his pedagogical vocation, came to my aid. He placed a protective hand on my shoulder and said, “We’ve worked on this a lot, and now we have a clear idea of what we want… or almost.
Dear Giuliano, before starting a project, you must research the past, what has already been done, or you risk reinventing the wheel. Do you remember the Lierna chair? At first, we fell in love with a certain idea, we were almost ready to produce it and then we discovered that the Japanese had already made an identical chair centuries ago. We threw everything away and started over.”
I was grateful to him for sharing these anecdotes with me.
Giuliano then added: “Pier Giacomo turned to his brother Achille: ‘By the way, Civi, see if you can find that research on Futurism. Do you remember? The one showing Boccioni’s sculptures. I want to look at them again, and then we’ll test a certain idea together.’ Achille replied: ‘Yes, I remember it well. It’s in the house in Lierna, on the mantelpiece. I’ll tell grandma and grandpa to bring it next weekend.’ That’s just the way Pier Giacomo was.”
Then, he said, the architects resumed shaping the plasticine. The scaled-down backrest, headrest and armrests thus took shape. “You know, Giorgina” Giuliano added, “the plasticine models, along with the drawings and instructions, were meant for Setti, the carpenter, and Monzani, the plasterer, to create two full-scale prototypes: one in wood and the other one in plaster.”

Grandfather and his relationship with his sons

“Did Grandpa Giannino notice the missing plasticine?”, I asked. Giuliano replied: “I remember the episode well; I believe it sheds light on the personalities of both the architects and the sculptor. Giuliano paused, as if rewinding the tape of his memories, then related serenely: “So, one of those days, their dad Giannino suddenly visits the studio. They joke, he complains about the theft of plasticine and begins to inspect the chair. Architect Pier Giacomo is pleased but preoccupied, nervously twirling a cigarette between his fingers and mechanically pressing his cheeks with his left hand. Exams never end, and this was the most feared, the most thorough one. Perhaps memories of his youth resurface, when he too sculpted. Giannino Castiglioni goes over the backrest, headrest and armrests, observing them meticulously from the side, from below, from above, from every angle. With a light, loving touch—that of a sculptor—he caresses its curves, sits down, stretches, crosses his legs, and finally looks up at his sons and expresses his satisfaction with kind words: ‘Well done, I like it. I’m used to seeing chairs in apartments that look static, heavy, anchored to the floor. This one is different, light, as if it wants to move, as if it wants to fly.’
The architects are pleased, nod and conclude: ‘We’re almost there! The final touches will be adding the polyurethane padding and achieving the best possible ergonomic function.’
We are approaching the final phase of the project. It’s evening, we are in the studio, listening to the Sanremo Festival while we work. We pause our activities and, eager to hear, turn up the radio volume: they’re voting… Domenico Modugno has won! We all knew he would. Even the architects burst into cheers. We all go wild and sing off-key at the top of our voices: “Volareee… oh, oh… cantareee… oh, oh, oh, oh. Nel blu, dipinto di blu…”. This is my memory.
I was deeply moved and grateful, and said to him: “Thank you, Giuliano. It was like being back in my father’s studio, seeing and hearing my dad again through your stories, through your memories. A moment of light and nostalgia.”

Giorgina Castiglioni